La Grecia assurda

Agli occhi della Germania e di chi si mostri sensibile alle sue ragioni rigoriste, la Grecia non è soltanto uno stato tecnicamente fallito, è un paese pressoché ingovernabile, irriformabile, in una parola: assurdo. Lo storico americano dell’antichità Victor Davis Hanson, in uno slancio empatico filoberlinese al limite del suprematismo nordico, dice nel suo blog che “un caldo tramonto davanti a un bicchiere di ouzo sulla spiaggia di un’isola greca può essere più rilassante di una grappa bevuta su una riva nebbiosa del Reno".
14 GIU 12
Ultimo aggiornamento: 23:16 | 7 AGO 20
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Agli occhi della Germania e di chi si mostri sensibile alle sue ragioni rigoriste, la Grecia non è soltanto uno stato tecnicamente fallito, è un paese pressoché ingovernabile, irriformabile, in una parola: assurdo. Lo storico americano dell’antichità Victor Davis Hanson, in uno slancio empatico filoberlinese al limite del suprematismo nordico, dice nel suo blog che “un caldo tramonto davanti a un bicchiere di ouzo sulla spiaggia di un’isola greca può essere più rilassante di una grappa bevuta su una riva nebbiosa del Reno, ma per capire perché i greci probabilmente non restituiranno quel che devono alla Germania – e perché non credono di esserne tenuti – basta fare una passeggiata attraverso il centro di Atene e poi fare lo stesso a Monaco di Baviera”. Segue, nel ragionamento di VDH, una dichiarata galleria di luoghi comuni euromeridionali e quasi tutti autentici – fra sieste obbligate, approssimazioni civiche e furbizie levantine – nella quale figuriamo anche noi italiani: “Se l’imbroglio fiscale è un passatempo nazionale a Palermo, è difficile che lo sia lungo il Reno”. Tragicamente vero.
Nel giudizio dei pallidi metallurgici bavaresi che votano Merkel, non meno che in quello dei banchieri della Buba, Atene, Madrid e Roma condividono oggi una profonda psicologia culturale che si è sedimentata nel corso degli ultimi secoli, complici le devastanti dominazioni straniere (anche mediorientali), e che genera una diffidenza invalicabile: nei nostri giardini soleggiati l’etica della responsabilità fatica a germogliare. In Grecia si vive di pretesti e rinegoziazioni, di pulsioni viscerali estremistiche, se non addirittura paleo-marxiste (bastava leggere ieri il colloquio con il Manifesto della deputata del KKE aggredita in tv da un ragazzone di Alba dorata: una turba di pronunciamenti novecenteschi), e si scivola naturalmente nell’illusione che la Germania (o chi per lei) debba fungere da polizza assicurativa della dolce vita mediterranea. Comunque vadano le elezioni elleniche di domenica, Berlino non pare intenzionata a far sfilare i suoi cingolati carichi di euro sul Partenone, attende con selvaggia freddezza che i monelli del “club med” finiscano per cadere dall’altalena della loro ignavia e dei loro debiti pubblici impresentabili. A quel punto i Nibelunghi proveranno a riscrivere da soli i confini finanziari e politici dell’Europa. Ma quale Europa?